VINCE LA SQUADRA NON IL GRUPPO

Una squadra di amici non vince per forza

Negli ultimi tempi nel mondo degli sport di squadra è passato un messaggio superficiale e a mio avviso molto diseducativo da parte di alcuni Coach:

Abbiamo vinto grazie al gruppo”.

Detta così indurrebbe a pensare che sia sufficiente ritrovarsi con amici di vecchia data o ripescare i più cari compagni di scuola per tentare la scalata a una multinazionale, o allestire un team sportivo e avere successo. Non è così.

Se nel mondo dello sport chi vince è la squadra e non il gruppo, nel mondo dell’organizzazione aziendale questo aspetto è ancora più marcato. È assolutamente sbagliato far credere che appena nasceranno rapporti amichevoli tra i giocatori si potrà essere efficaci e vincenti, ma ancora di più lo è provare a convincere gli altri che senza simpatie reciproche non c’è progetto. Squadra e gruppo sono due entità ben distinte.

Nella mia carriera ho gestito team vincenti nei quali le persone che vi lavoravano, in campo e fuori, avevano poco in comune l’una con l’altra, a volte nulla: oltre a non incontrarsi né frequentarsi nel tempo libero, non mostravano affinità né simpatie nemmeno in campo. Giocatori di tutte le età, che parlavano lingue diverse e avevano mentalità e tradizioni diverse: russi, americani, cubani, asiatici, ognuno con una propria filosofia di vita e un proprio credo. Esperienze tecnico-tattiche sempre differenti e all’apparenza inconciliabili.

Alcuni guadagnavano molto e altri molto poco, cosa che implicava un carico di motivazioni personali ed esigenze mai uguale. Mi sono trovato in staff con collaboratori storici che ambivano al posto da me occupato perché pensavano di meritarlo, erano gentili con me, ma ne soffrivano e forse provavano odio, lo sentivo sulla pelle, lo leggevo nei loro occhi. Sono andato avanti perché sfide di quel tipo sono uno stimolo enorme. Ho provato a includere tutti nel mio progetto, per vincere insieme.

Ho lavorato fianco a fianco con dirigenti anziani, ma invece di scontrarmi con la loro visione, li rendevo partecipi della mia, che così sarebbe diventata nostra e di tutti quelli disposti a mettere da parte ogni piccolezza per affrontare una prova più alta. È così che si diventa Capo, quando si è riconosciuti.

È ingiusto far credere a persone così differenti tra loro che le fondamenta per la costruzione del team siano l’amicizia e la solidarietà comune. Che i diversi non sono graditi.

In una squadra si va sempre alla ricerca di proposte e idee e ogni singola risorsa è chiamata a mettere la sua competenza a disposizione dell’organizzazione. Chi ha esperienze nuove da trasmettere, chi conosce strade mai praticate e ha idee in controtendenza, chi è diverso insomma, può diventare la punta di diamante. Merce pregiata. È utopistico far credere a persone così diverse tra loro, che è necessario basare la costruzione del team sulla ricerca di rapporti improntati sull’amicizia e sulla solidarietà, nascondendo o eliminando le diversità. Si deve partire dal concetto di fare squadra, in cui ogni singola risorsa deve mettere le proprie competenze al servizio dell’organizzazione.

Fare squadra significa giocare per competenze.

Dall’altra parte dell’oceano il direttore del più importante teatro di New York sta preparando la stagione di musica sinfonica. Sceglie me per organizzare l’evento, ha sentito parlare del mio metodo ed è molto curioso: accetto, perché sono curioso anch’io. Frequento poco l’opera (sono un incosciente, lo so), però mi cimento volentieri in questa sfida.

Sono convinto del mio metodo, non ho paura ad affrontare il nuovo. Per prima cosa, ci vogliono gli interpreti, i giocatori, e il direttore d’orchestra. Convoco cinquanta musicisti, un piccolo mondo per età, per cultura e nazionalità di provenienza.

Una volta definiti i ruoli, però, iniziano a nascere conflitti: il primo violino sarà un giovane musicista di venticinque anni, il quarto ne ha più di sessanta e guadagnerà esattamente la metà nonostante abbia molta più esperienza e suonato nelle più importanti orchestre del mondo.

Un inizio promettente. Primo oboe, terzo violino, io vado avanti. Osservo i musicisti mentre raggiungono il loro posto nell’orchestra, si guardano in cagnesco, la tensione cresce. Li faccio sedere e davanti gli metto un leggio, sopra di esso una partitura. Improvvisamente il direttore solleva la bacchetta.

Ogni musicista inizia a leggere la partitura che gli è stata assegnata.

Ogni conflitto scompare.

Innamorarsi della partitura

La sinfonia verrà sublimata a una sola condizione: che ogni singolo componente del team legga bene la partitura assegnata. Fornirne una è determinante, è il primo dovere di un buon Capo. Dev’essere scritta in modo chiaro, rigoroso, e ruoli e competenze devono essere precisi. Che l’orchestra sia poi composta da amici o nemici non conta.

Non credete mai a chi vi dice che quella squadra ha vinto perché erano tutti amici. Ho visto team vincere con giocatori che si attaccavano al muro dello spogliatoio e poi andavano in campo a giocare uno per l’altro, passandosi il pallone e gioendo insieme per la vittoria.

L’unica cosa che i giocatori devono capire è che le diversità non devono diventare un alibi in caso di insuccesso.

Si può e si deve vincere, anche in team molto numerosi con grandi differenze tra i suoi componenti, a una sola condizione: che si vada alla ricerca della squadra e non del gruppo.

Abbiamo detto che il vero nemico delle organizzazioni è il tempo, se vogliamo davvero attaccarlo non possiamo sprecarlo andando alla ricerca del gruppo: ce ne vorrebbe troppo e non è detto che alla fine si formerà.

Per iniziare a creare lo spirito che porta all’eccellenza io parto da una frase:

O si vince come squadra o si viene annullati individualmente