Quando Carlo venne ingaggiato come allenatore del Chelsea, su di lui avevo sentito solo cose buone – in particolare sulla sua straordinaria gestione delle persone – ed ero curioso di incontrarlo.
Aveva lavorato con alcuni dei migliori del mondo, giocatori che avevo sempre ammirato, e nonostante queste grandi aspettative rimasi comunque sorpreso da quanto fosse bravo. In questo era il migliore che avessi mai incontrato, ma rimasi ancora più impressionato dai suoi allenamenti, dalla sua capacità di capire i calciatori e le persone in generale: oggi non sono molti i tecnici
che hanno questa qualità. Carlo ti tratta sempre e comunque come un essere umano, a prescindere dal fatto che tu vinca, perda o pareggi.
Sai che le sue sessioni sono eccellenti perché, appunto, ha allenato le migliori squadre del mondo, fatto che dice già tutto, ma a renderlo unico è il tocco personale – quando ti chiede della tua famiglia, di faccende esterne al campo –, sono le piccole cose: è per questo che tutti lo amano. Invece di essere distaccato, con lui prevale sempre la mentalità di gruppo.
Un paio di volte l’ho visto perdere la pazienza dopo un match, è capitato.
Carlo è uno a cui non piace perdere. Durante questi sfoghi nessuno osa fare commenti, tutti si limitano ad ascoltare e incassare, e cinque minuti dopo di nuovo amici come prima. Poteva scendere dal pullman dopo una sconfitta e dire: «Tutto si sistemerà, tanto rigiochiamo tra tre giorni… e vinceremo, state tranquilli». Ecco cosa intendevo prima con “tocco personale”.
Aveva allenato Paolo Maldini, Alessandro Costacurta e Alessandro Nesta, difensori centrali fortissimi. Mi sarebbe piaciuto entrare nella sua testa per sapere cosa facevano dopo l’allenamento e come preparavano una partita, era una cosa che mi faceva impazzire. Come aveva lavorato con questi giocatori che occupavano il mio stesso ruolo, forse i migliori centrali di tutti i tempi? Cosa si dicevano? Nelle conversazioni individuali, in quelle di reparto e in quelle con tutta la squadra? Con me parlava spesso a quattr’occhi. Che ci credesse davvero oppure no, mi diceva: «JT, anche tu sei al top, devi solo continuare a giocare come stai facendo». Carlo mi faceva sentire al loro livello, nell’Olimpo dei campioni che avevo sempre ammirato. E non mi importava se lo pensasse davvero, fatto sta che quando era al Chelsea mi fece sentire preziosissimo. Insomma, io ho giocato un sacco di big match, e in tutti questi incontri
Carlo ha tirato fuori il meglio non solo da me, anche dai miei compagni. Ci faceva sentire dei giganti pure davanti alla stampa, al momento giusto. Ci teneva uniti come non succedeva da tempo, e mantenere sempre contenti venticinque giocatori non è per niente facile. Spesso la gente dimentica che per undici titolari ci sono altri quattordici elementi che non giocano e che sono stufi marci della situazione.
Sono quelli che il giorno dopo la partita si allenano separatamente mentre i titolari fanno defaticamento in vista del match successivo. La sessione dev’essere gestita bene, bisogna esserci, farsi sentire, e Carlo ci riusciva; era sempre in campo, in ogni seduta, sempre presente. La sua porta era aperta ventiquattr’ore su ventiquattro, e anche questo oggi non capita spesso. Molti allenatori si chiudono nel loro ufficio e decidono la squadra da soli, mentre lui si interessava anche dei giovani dell’Academy. Conosceva i nomi di tutti, compresi i ragazzini, e io venendo dalle giovanili so cosa significa agli occhi di un ragazzino il fatto che Carlo Ancelotti sappia chi sei.
Quando arrivò, Carlo fu intelligente. Capì che venivamo da un periodo di successi, sotto Mourinho, e la maggior parte dei giocatori era la stessa. Ecco, lui non fece come quelli che dicono: «Bene, io lavoro così, ed è l’unico modo possibile, prendere o lasciare». No, parlò con i veterani, sia in gruppo che individualmente, e annunciò: «Sentite, io ho le mie idee, com’è normale che sia, ma voi qui
negli ultimi anni avete fatto grandi cose, quindi dovete darmi qualche consiglio da insider, dirmi secondo voi cosa ha funzionato e perché avete vinto così tanto. E poi ditemi che cosa volete, che cosa vi piace».
Non fu d’accordo su tutto, chiaro, ma insomma fu una mossa geniale per guadagnarsi il mio appoggio e quello di “Lamps”, Didier e Petr Cech, la spina dorsale della squadra. Continuò a confrontarsi con noi anche in seguito, non solo all’inizio. E non era tutta scena, gli interessavano davvero i nostri consigli. Voleva sapere qual era la nostra routine, cosa secondo noi
poteva fare la differenza.
Ma aveva le sue idee, su questo non c’è dubbio. Ad esempio, portò al Chelsea l’attenzione alla tattica. Al Milan, ci spiegò, due giorni prima del match si dedicavano sempre alla tattica. Io gli feci presente che da noi in Inghilterra non aveva mai funzionato, e lui ne tenne conto. Si arrivò a un compromesso, facevamo un po’ di tattica alla vigilia del match, parlavamo del modulo e poi, a seconda della partita, ci comunicava l’undici titolare o il giorno prima o il giorno stesso della partita, questa seconda opzione soprattutto quando si giocava di sera.
Il punto però è che Carlo ascoltava sul serio e, ripeto, lo fanno pochissimi allenatori. Molti sono rimasti al “prendere o lasciare”. Se sai che uno ti ascolta, hai meno paura di dire quello che pensi. Fu costretto a cambiare delle cose, rispetto al suo metodo. In Italia la parte atletica e quella tattica erano separate in maniera netta, mentre da noi sono integrate, e questa per lui fu una novità. Vedevi che ci rifletteva sul serio. Quando ragionava su una partita sembrava un grande pensatore, un intellettuale. «Aspetta un attimo…forse così potrebbe funzionare.»

[…]

Ognuno sapeva dove doveva stare, e non perché facessimo tre, quattro ore al giorno di tattica; era per le competenze di Carlo, per la sua visione del gioco. Aveva imparato che concederti qualche libertà ogni tanto, farti uscire a divertirti, era un bene, prima di tornare con la testa sulla partita. Sapeva quando era il momento di accendersi e diventare seri, e allo stesso tempo era felice se
durante la settimana il clima era un po’ più rilassato. Poi, due giorni prima di scendere in campo Carlo entrava in modalità pre-partita, si vedeva, e ci contagiava tutti.
Era consapevole che il Chelsea era un top club, dove perdere era un’opzione non contemplata. In quelli più piccoli qualche calo è ammesso, ripeteva, ma non al Chelsea. Noi dovevamo avere una mentalità da grande squadra, cosa su cui aveva insistito già Mourinho. Non accettava sconfitte nemmeno in allenamento, era una vera fissazione. Forse perché le partite in Inghilterra sono toste e poco distanziate l’una dall’altra, Carlo si adattò bene. Non hai il tempo di rimuginare per una settimana. In Italia spesso il campionato è ogni sette giorni, qui si gioca nel weekend, poi il mercoledì, poi il weekend successivo, si gioca durante le vacanze, i ponti… insomma, è diverso.
A volte, se le cose erano andate bene e magari arrivavi all’intervallo in vantaggio per 2-0, potevi pensare: “È fatta, i tre punti li abbiamo già in tasca”, e invece proprio lì Carlo iniziava a sbraitare. E in un attimo eravamo tutti di nuovo sull’attenti, pronti e concentrati per il secondo tempo. I giovani magari si chiedevano:
“Ma perché si è messo a strillare così?”, però quando sei un po’ più maturo, come me o “Lamps”, fai un passo indietro e pensi: “Ha fatto bene, è stato saggio, altrimenti ci saremmo distratti”. Così tornavamo in campo, segnavamo il 3-0 e poi facevamo possesso palla, fine della partita. Ripeto, sapeva esattamente come tirare fuori il meglio da ognuno di noi e come tenerci concentrati anche per i secondi quarantacinque minuti. A una certa età ti dici: “Ecco, è questo che fa la differenza: i dettagli”. Credo sia così in ogni business, quando sei a un livello di eccellenza le piccole cose sono tutto.