Il talento: estratto del libro di C. Ancelotti, Il leader calmo. Come conquistare menti, cuori e vittorie, Rizzoli, Milano 2016.

La gestione del talento è una delle sfide fondamentali che un leader deve affrontare in ogni tipo di organizzazione. Nel calcio, le chiavi della gestione di un giocatore sono le fasi fondamentali del ciclo del talento: reclutamento, integrazione (onboarding), crescita e successione.  A mia volta, io sono parte del ciclo del talento delle persone al di sopra di me, ovvero il direttore generale e il presidente, quelle a cui devo render conto.
Il mio punto di partenza è che giocatori e staff sono esseri umani, e quindi non definiti dai loro ruoli, posizioni o incarichi. La prima volta che incontro un ragazzo in un nuovo club gli chiedo: «Tu, chi sei?», e lui magari risponde: «Un giocatore, un grande centrocampista offensivo». Allora io replico: «No, tu sei Tizio
Caio», insomma il suo nome. «Sei una persona che gioca a calcio. Puoi essere bravissimo, un fuoriclasse di livello mondiale, ma non è questo che ti definisce.» Cerco di interpretare la persona nella sua interezza, e anche di aiutare i ragazzi a vedersi in una prospettiva più ampia.

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Come puoi far crescere giocatori come Cristiano Ronaldo, che sono già al top?
Atleti come lui sono così professionali da essere loro stessi a dirti in cosa hanno bisogno di migliorare; inoltre sono felici se gli fai notare sotto quale aspetto pensi che possano ancora crescere. Non saranno mai suggerimenti tecnici, ovvio, ma questioni che hanno a che fare con la gestione della partita, con statistiche dettagliate o con informazioni sulla
condizione fisica.
Con i giovani è un po’ diverso. Con loro bisogna fare un lavoro specifico per spostare in avanti i limiti, migliorare la visione del match e del proprio ruolo in moduli differenti, e anche un po’ la tecnica in aree in cui potrebbero essere carenti. Ad esempio, per il Ronaldo diciottenne appena sbarcato allo United fu importante capire le dinamiche della squadra, e questo richiedeva tempo. Sir Alex e i suoi assistenti con lui si concentrarono sulla tecnica solo in quanto applicata alle esigenze del gruppo. Quando lo trovai a Madrid, il punto fu come fare in modo che i compagni approfittassero il più possibile del suo talento. Insomma, la crescita tecnica va di pari passo con l’età del ragazzo.
I grandi calciatori spesso prendono anche grandi decisioni, quelle giuste. Sanno quando passare la palla, tirare, difendere, attaccare. Il tecnico deve convincerli a mettere questo talento al servizio del team: è così che possono continuare a migliorare. A mia volta, io devo trovare il modo per tenere vivo il loro talento e renderlo efficace, ma sempre dispiegandolo all’interno del sistema-squadra. Non voglio sacrificare nemmeno un briciolo di queste incredibili qualità – i ragazzi devono conservarle tutte – e allo stesso tempo devo far capire al gruppo il valore aggiunto che possono dare questi campioni. Se non avessi avuto Cristiano Ronaldo, ad esempio, avrei giocato in un altro modo. Idem senza Zidane alla Juventus.

Quando ero al Parma ci fu la possibilità di acquistare Roberto Baggio. Allora io giocavo sempre con il 4-4-2, e decisi di non prenderlo perché lui voleva giocare dietro le punte, non in un 4-4-2. Fu un errore, adesso me ne rendo conto. Avrei potuto utilizzarlo come centrocampista offensivo, invece che in attacco. Ai tempi dissi no, mi rifiutai di cambiare la mia idea di calcio perché non ero abbastanza sicuro di me. Non avevo esperienza, mi preoccupai, anche se in fondo già sapevo che era uno sbaglio. Avrei dovuto lavorare con Baggio, trovare il modo di inserirlo nei miei schemi.
Imparai la lezione e sfruttai appieno i vantaggi di una maggiore elasticità nei sistemi di gioco quando arrivai alla Juventus, dove fui costretto a cambiare la mia idea di calcio proprio per sistemare Zidane, a costruirgli un modulo intorno invece di infilarlo a forza nel mio amato 4-4-2.
Iniziammo a giocare con tre difensori, quattro centrocampisti, Zidane e poi due attaccanti. Sì, sacrificammo la difesa perché non volevo schierare Zizou largo a sinistra in un 4-4-2, lui lì non si trovava bene. Giocò alle spalle delle punte, tra il centrocampo e l’attacco, in mezzo alle linee, quando attaccavamo attaccava e quando c’era da difendere tornava a dare una mano, ogni tanto.

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Andrea Pirlo, durante il mio periodo al Milan, fu un grande esempio di come un allenatore possa dare ascolto a un giocatore, lavorare con lui, farlo crescere e aggiungere valore all’intero gruppo. Un giorno gli stavo dicendo che avrei dovuto plasmare una squadra di grande qualità, visto che Berlusconi voleva un calcio spettacolare, ma avevo un buco nella parte bassa del centrocampo. Lui mi disse semplicemente: «Posso andarci io». Lì per lì restai sorpreso, poi provai a immaginarlo e risposi: «Sì, dopotutto potresti essere l’uomo giusto…». Il mio timore era che, avendo giocato per tre anni centrocampista offensivo, non avesse la condizione. Il nuovo ruolo avrebbe comportato più lavoro e fisicamente Andrea non era esplosivo.
Avrebbe dovuto imparare, capire i movimenti, e io avrei dovuto spiegargli i compiti difensivi previsti da una posizione più arretrata. Tuttavia, era stato lui a proporsi e non volevo spaventarlo. Così preferii parlargli delle implicazioni offensive, dicendogli che sarebbe stato il fulcro della squadra, l’uomo che avrebbe cambiato il nostro gioco.
Piano piano riuscii a farlo sentire a suo agio, e mi passò anche ogni dubbio circa la sua idoneità. Gli dissi che il lavoro difensivo non sarebbe stato troppo difficile. «Ho solo bisogno che tu mantenga la posizione, che ti faccia trovare al posto giusto» gli spiegai. «Non devi pressare o andare a contrasto, devi seguire il gioco e se necessario tornare a dare una mano verso la nostra porta.» Lo rassicurai, ribadii che non aveva motivo di preoccuparsi, ero sicuro che potesse fare bene. Insomma, non doveva diventare Claudio Gentile. Gli illustrai anche l’importanza che avrebbe avuto la sua capacità di organizzare il gioco, come questa posizione più arretrata gli
avrebbe dato più spazio rispetto a quella di un centrocampista offensivo. Cercai di infondergli sicurezza, dicendo che era l’uomo migliore per quel ruolo. A ogni modo, se non fosse stato convinto di provarci non lo avremmo fatto, ovvio. Fortunatamente – per me, per il Milan e anche per la Nazionale – Andrea si esaltò, proprio perché come centrocampista offensivo aveva avuto meno spazio, tant’è che negli ultimi tre anni non aveva giocato molto. In quella posizione avevamo in squadra un sacco di uomini. Fu intelligente e intuì le potenzialità di una nuova fase della sua carriera, diventando di fatto uno dei migliori playmaker del mondo e usando le sue qualità nel ruolo giusto per il team. Ripeto, la soluzione non è mai sacrificare il talento disperdendolo, ma permettere a questo talento di sbocciare, che è sempre la cosa migliore per la squadra. Insomma, l’equilibrio non consiste nel perdere il talento per far adattare il giocatore alla squadra, ma strutturare la squadra in modo che possa accoglierlo.