Video analisi del Siena di Marco Giampaolo riferita alla partita vinta contro la Lazio il 05/04/2009. #matchanalysis

La vittoria per 2-0 sulla Lazio ha rappresentato un risultato molto importante per la stagione 2008/2009 del Siena di Giampaolo, tassello utile per garantirsi una salvezza quasi matematica.

I numeri della stagione di quel Siena, giunto 14esimo in classifica, rappresentano un chiaro biglietto da visita per il neo-allenatore dell’Empoli: sesta miglior difesa del campionato, secondo peggior attacco.

Il Siena analizzato in questa partita era schierato in campo con modulo 4-3-1-2, lo stesso utilizzato da mister Sarri durante l’ultima stagione.

Come si può notare dal video, la fase di non possesso di quel Siena era pressoché perfetta: difesa a zona ottimamente organizzata, linee strette, reparti vicini, copertura degli spazi perfetta, pressing ben organizzato a partire dal cerchio di centrocampo, grande aggressività in situazioni di palla coperta favorevoli (principalmente ricezione con spalle alla porta, palla giocata indietro, passaggio o ricezione sbagliati).

Giampaolo, quindi, per quanto riguarda la fase di non possesso, potrà proseguire l’ottimo lavoro didattico di mister Sarri. Sotto questo aspetto, comunque, tra l’Empoli di questa stagione e il Siena di Giampaolo analizzato nel video, vi è una sostanziale differenza: il pressing bianconero iniziava nella zona del centrocampo, mentre gli azzurri di Sarri hanno spesso cercato la riconquista sin dalla trequarti avversaria.

E’ nella fase di possesso che si vedono le maggiori differenze: quel Siena non amava prendersi eccessivi rischi durante la fase di costruzione, prediligendo uscite semplice con verticalizzazioni sul movimento in ampiezza di una delle due punte. Altra differenza sostanziale riguarda il mantenimento del possesso palla, caratteristica dell’Empoli di Sarri ma non del Siena di Giampaolo, squadra molto più propensa alla ricerca veloce della verticalizzazione.

In definitiva, comunque, quella di Giampaolo ha tutte le credenziali per essere una nuova scelta azzeccata da parte della società toscana: difatti l’ex Siena è un allenatore capace di dare un’ottima organizzazione tattica alle sue squadre ed è un uomo che alla ribalta mediatica preferisce il lavoro silenzioso sul campo e l’impegno quotidiano per il raggiungimento degli obiettivi.

“Non godo della vittoria perché penso sempre alla prossima partita, mentre ragiono molto sconfitta, sono uno stacanovista”

Per concludere riportiamo alcuni estratti di una sua vecchia intervista:

Difesa a tre o a quattro e perché?
«La difesa a quattro la preferisco perché in ampiezza si copre meglio il campo. La difesa a tre non resta mai tale perché spesso recluta un quarto se non un quinto uomo, quindi non è più una difesa a tre. Se io porto cinque uomini dietro può anche essere più conveniente, ma credo che la difesa a tre dia vantaggi soprattutto nella costruzione del gioco, lo scaglionamento dei giocatori in campo ti permette di avere più soluzioni di uscita e linee di passaggio ed essere meno piatti rispetto alla difesa a quattro».
Alcuni affermano che tutte le grandi squadre, ieri come oggi, pongono le loro basi su una perfetta fase difensiva, è d’accordo?
«Statisticamente le squadre che subiscono meno gol sono poi quelle che ottengono i risultati. Quando si parla di fase difensiva non si deve mai pensare solo ai difensori, poiché è un lavoro d’insieme che va incastonato in un discorso più ampio. Io credo che una squadra capace di fare un non possesso organico abbia un valore aggiunto, perché per me è il risultato di un collettivo e non delle qualità individuali, come per esempio nell’uno contro uno».
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Come si trasmette un’idea di gioco a un gruppo?
«Innanzi tutto l’allenatore deve avere le idee chiare su dove deve arrivare. Una linea di traguardo, oltre la quale c’è la cura del dettaglio, che non finisce mai. Per fare questo occorre tantissimo lavoro e una didattica che non trascuri i dettagli, dalla lavagna al computer, dal televisore alla postura, piccoli ma che possono rivelarsi fondamentali per vincere una partita. Un traguardo del genere, per essere raggiunto, ha bisogno di tanto tempo e di tanto lavoro, ha bisogno della disponibilità dei giocatori, della tutela della società e chiaramente di buoni interpreti».
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Come si gestisce psicologicamente la settimana dopo una sconfitta e dopo una vittoria?
«Non giudico mai la prestazione della squadra solo ed esclusivamente dal risultato, perché sarebbe riduttivo. Noi, io e il mio staff, ci soffermiamo molto sulla prestazione, sullo sviluppo delle idee, di un lavoro che porti avanti da mesi. La sconfitta può dipendere da tante cose, ma l’atteggiamento, la prestazione, come ci si è posti davanti alla partita sono più importanti ed è su questo che lavoriamo. Se lavorassimo solo sul risultato non ci porterebbe da nessuna parte. Ovviamente il gruppo ne risente, ma da metà luglio si lavora su un progetto che se si basasse solo sul risultato perderebbe credibilità».
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Si dice che in provincia si giochi meglio a calcio perché c’è più tempo per insegnare e imparare?
«Oggi s’insegna poco e si curano poco gli aspetti didattici perché il risultato è come una carabina puntata addosso, quindi non perdi tempo nemmeno a proporre un progetto. Per questo in Italia non si gioca un bel calcio. Se uno vuole insegnare lo può fare ancora nei settori giovanili o nei dilettanti. È la mentalità che deve essere cambiata, contro gli interessi che spostano la prospettiva. Per quanto mi riguarda un allenatore deve costruire, deve creare e proporre un certo tipo di calcio, perché è la cifra personale e una soddisfazione. Io non sono capace a prendere scorciatoie. Io non sono capace di condurre una squadra e dire “giocate e vediamo cosa viene fuori” se prima non programmo una didattica e non porto il giocatore a pensare in un certo modo attraverso degli step di lavoro. Rappresentiamo quello che siamo. A me piace che la squadra giochi un calcio discreto e che gli venga riconosciuto, altrimenti per me è una sconfitta. L’improvvisazione è una sconfitta, non proporre niente è una sconfitta».
Durante un allenamento il tecnico cosa si prefigge e come lo ottiene?
«Prima si fissa l’obiettivo e poi si propongono degli esercizi attraverso i quali raggiungerlo».