Intervento di Arrigo Sacchi, ex commissario tecnico della nazionale, storico motivatore e pioniere dell’idea del “fare squadra”. Sacchi ha partecipato come testimonial al quarantennale di Conad Adriatico.

 

“Ho sempre pensato di partire da una squadra per migliorare il singolo. Ho sempre pensato che il collettivo migliori il singolo. Ho sempre pensato che puoi avere i più grandi campioni ma se quella squadra non ha un’interazione tattica e psicologica non otterrà risultati. […] Se non c’è una grande idea, puoi avere dei grandi interpreti, ma questi interpreti non potranno esprimersi […] Nel calcio c’è un grande problema: si pensa di risolvere un problema complesso attraverso un singolo”

“Io ho capito che tutto dipendeva dalla persona, dal suo impegno, dalla motivazione alla ricerca dell’eccellenza. Quindi, mi preoccupavo, di trovare delle persone affidabili, delle persone che avessero amore per la propria attività, delle persone che avessero passione, che fossero generose, che fossero altruiste, che fossero possibilmente intelligenti e che avessero cultura”

“Ho avuto tanta fortuna nella mia vita. In tanti pensano che la più grande fortuna sia stata quella di avere dei grandi giocatori. Ma prima di tutto, la mia grande fortuna è stata quella di trovare delle società serie, competenti, con delle pianificazioni a lungo termine, con la pazienza […] Le mie partenze sono sempre state disastrose. Anche perché se vuoi costruire una baracca, non servono fondamenta profonde. Ma se vuoi costruire un grattacielo devi fare fondamenta profonde”

“Chi ha conoscenze, lavora con i giovani. Perché i giovani sono più recettivi, hanno più entusiasmo, hanno più generosità, hanno una capacità di apprendimento migliore. Chi non ha conoscenze, non può prendere i giovani”

“Se sei condizionato dal successo e dai soldi, ben che vada hai messo delle barriere insuperabili perché tu possa esprimerti completamente. I soldi e il successo devono essere una conseguenza e non un fine. Il fine deve essere la passione per quello che fai, il perfezionismo che hai, la volontà di migliorarti, la certezza che tu possa fare di più e meglio. Nell’antica Grecia, la cultura del perfezionismo era alla base di ogni ambito della vita […] Dopo seguiva l’eccellenza, che significa che anche dopo una vittoria, devi sempre cercare di superarti e fare meglio […] Ho sempre pensato che ossessione fosse arte, ho sempre pensato di dare tutto senza risparmiarmi”

“Avevo trovato prima di tutto una società importante e organizzata, dove avevi un senso di appartenenza, una società che non mi ha mia tolto autorevolezza, una società che aveva un obiettivo grande, un grande sogno. Quando arrivai Berlusconi mi disse: ‘dobbiamo diventare la migliore squadra del mondo’. Gli risposi ‘può essere frustrante e anche limitativo’. Quando la rivista britannica World Soccer, la bibbia del calcio, stabilì che il Milan del 1989 era stata la miglior squadra di ogni epoca, dissi a Berlusconi ‘ha visto perché poteva essere limitativo essere i migliori del mondo?’ […] Non dobbiamo mai porci limiti, ma il nostro obiettivo non deve essere vincere, ma fare le cose bene”

“Per me i soldi non erano importanti. Quando andai al Milan presi meno di quanto percepivo al Parma. Firmai in bianco, premiai il loro coraggio […] Per me importante era insegnare calcio, dare un’idea di gioco importante, creare qualcosa che fosse armonioso”

“Al secondo posto di importanza, dopo il club, c’è la conoscenza, c’è l’esperienza. Il tecnico deve essere l’autore ed è quello che poi attraverso la didattica riporta sul campo quelle che sono le sue idee, è quello che ha la sensibilità, la flessibilità, l’intuizione, è quello che dà i tempi di gioco. I giocatori sono gli interpreti, ma l’allenatore deve dare il copione […] per esaltare le loro qualità. Uno staff tecnico che lavori non trascurando nulla, che abbia la cultura del perfezionismo, che abbia solo una certezza: che si può sempre fare di più e meglio. Le mie notti erano insonni, con mille dubbi, io non vivevo di certezze, ma di incertezze”

“La terza componente sono i talenti. Talenti, non i solisti. Chi è amante di musica sa che 11 solisti non hanno mai fatto né una buona musica né una buona orchestra. Perché mai dovrebbero fare un buon calcio? […] Talenti che giochino per la squadra, con la squadra, a tutto campo e a tutto tempo. Altrimenti non posso pensare di fare una squadra. Senza queste caratteristiche, il talento può servire a chi non ha un’idea importante, chi non ha un’idea importante spera che questo giocatore con la sua abilità possa completare quello che lui non conosce”

“In Italia si dice ‘squadra che vince non si cambia’. Perché? Squadra che vince si cambia. Si cambia se tu vedi che qualcuno ha perso la motivazione straordinaria che ha portato i successi. La motivazione è come la benzina per una macchina. La motivazione diventa fondamentale”

“Ci sono tre componenti per avere successo: club, conoscenza e talento. Con questo trittico è difficile non vincere. Sapendo che il calcio non è uno sport individuale, ma è uno sport di squadra e si deve partire dalla squadra e dal gioco per poi arrivare al singolo. Il singolo ti può far vincere una partita, ma è la squadra che ti fa vincere il campionato”

“Non penso di essere più intelligente (o bravo, n.d.a.) degli altri, ma sono sicuro di lavorare più degli altri. Io lavoravo 16-17-18 ore al giorno, pensavo sempre al calcio”

“Nell’intervallo è importante la sensibilità. Cosa vuol dire sensibilità? Io mi ricordo la prima partita di qualificazione con la nazionale italiana. Perdevamo 2-0 ma Matarrese mi ricorda sempre che nello spogliatoio ero tranquillissimo e davo indicazioni tattiche per rimediare il risultato. Altre volte, invece, ricordo per esempio una volta che stavamo pareggiando in casa con la Juventus e se avessimo vinto saremmo stati campioni d’Italia, io iniziai a urlare come un disgraziato perché la squadra aveva la sindrome del successo, aveva paura: il mio obiettivo era svegliarli, scuoterli”