In questo articolo vengono proposti alcuni passaggi del libro Calcio totale. La mia vita raccontata a Guido Conti scritto da Arrigo Sacchi. Libro molto interessante, piacevole e più che consigliato.

“Prospettavo la creazione di un «giocatore universale» capace di esprimere il calcio totale, che già era maturato in Germania, Olanda, Brasile, Francia e Argentina. Un giocatore non specializzato, capace di creare gioco nel momento in cui aveva palla al piede e di muoversi in campo senza palla, facendo ostruzione agli avversari oppure smarcandosi e creandosi opportunità offensive, prevedendo alcune fasi di gioco e dove sarebbe andato a finire il pallone mentre era in corso l’azione. Uscivo dalle secche dei ruoli fissi per portare il gioco «a zona», dove cambia non solo il modo di giocare ma anche i riferimenti in fase difensiva e lo stare in campo. Il concetto è semplice ma difficile da realizzare: si attacca tutti insieme, ci si difende tutti insieme. «Il giocatore del futuro nascerà da un continuo allenamento dell’intelletto» scrivevo, perché prima di tutto il calcio si gioca con la testa e non con i piedi. Nessuno affermava queste cose in Italia, allora. Si dice ancora: «Ha dei piedi buoni», riferendosi alla tecnica, ma poi ci vuole intelligenza per stare in campo.

Gli allenamenti, durante la settimana, non erano mirati solo alla preparazione atletica o a calciare bene: dovevo allenare i giocatori dal punto di vista intellettivo, forgiando non solo il temperamento e il carattere, tirando fuori il loro agonismo, la loro voglia di giocare bene e di vincere, ma anche la reattività, la disponibilità al gioco di squadra, ai diversi schemi, prevedendo varie alternative rispetto a un solo passaggio possibile, dove il regista non è più il numero dieci ma chi ha la palla. Di conseguenza insegnavo il possesso palla, volevo il pressing, le ripartenze. Volevo che la squadra si difendesse aggredendo, non arretrando ma avanzando. Volevo che fosse padrona del gioco, sempre, in casa e in trasferta, senza nessuna sudditanza psicologica. […]

La mia idea di calcio rivoluzionava anche i ruoli, come quello del portiere, che non è fuori dal gioco ma è parte integrante della difesa. Non deve saper solo parare, saltare, tuffarsi, deve essere anche un giocatore, conoscere il gioco. Volevo un portiere tecnicamente completo, con le caratteristiche di un difensore che gioca fuori dalla porta. Il portiere non sta solo tra i pali, è l’ultimo difensore della porta, capace di coordinare la difesa e di muoversi in anticipo, intuendo le intenzioni dell’avversario. […]

In questo modo rivoluzionavo il mio ruolo. Cambiavo radicalmente lo statuto dell’allenatore, la sua leadership, il suo modo di fare allenamento, con esercizi e pratiche sul campo assolutamente innovative. Si trasformavano l’allenamento e le sue finalità, non più solo mirate alla tenuta atletica dei giocatori, ma capaci anche di allenare l’intelletto con esercizi di psicocinetica. Creavo simulazioni di gioco che avremmo potuto incontrare durante la partita, giocando poi sul campo quasi a memoria, con la squadra corta, ben organizzata e collocata per migliorare connessione tecnica, fantasia e collaborazione, abituando il calciatore a reggere dal punto di vista psicologico, trasmettendogli una mentalità nuova, aggressiva. L’allenatore doveva diventare un direttore d’orchestra capace di correggere gli errori che il giocatore commetteva in allenamento, così da migliorare la sua tecnica e le sue prestazioni in campo”.

“Imposi la difesa a zona a tutte le giovanili della Fiorentina, perché abitua a pensare e a sviluppare l’intelletto e una capacità di giudizio rispetto alla marcatura a uomo, ed è indispensabile per far giocare una squadra in perfetta sinergia.

La zona copre prevalentemente gli spazi (e quindi fa una difesa passiva, ma si va anche a marcare, se è la scelta migliore). La zona pressing fa una difesa attiva: vuol dire che, anche quando hanno la palla gli avversari, tu sei il dominus del gioco. Con questa pressione li obblighi a giocare a velocità, a ritmi e intensità tali per cui giocano male e come vuoi tu. Non era solo una zona, ma molto di più. […] L’Olanda degli anni Settanta giocava la zona pressing. Quando si gioca a zona il riferimento principale è il pallone, poi il compagno e infine l’avversario. Si difende prevalentemente in maniera collettiva, questa era la differenza: mentre in Italia si difendeva individualmente – ancora oggi –, e il riferimento principale era di norma l’avversario, quasi mai il pallone e il compagno”.

“Chi si fermava a vedere i nostri allenamenti aveva capito che qualcosa era cambiato, anche solo dal volume di lavoro, dall’intensità dell’allenamento, e che si lavorava sul serio. […]

Erano stupiti anche dalle mie urla, perché volevo che i giocatori reagissero subito e con l’intensità giusta. Il calcio per me è una lettura della situazione, a cui si deve rispondere tutti e undici contemporaneamente. Tutto partiva da una squadra compatta e organizzata che si muoveva come un rullo compressore in fase di non possesso per poi allungarsi e allargarsi in fase di possesso. Il movimento era alla base del mio gioco, così come il posizionamento che facilitava la connessione, la tecnica e la fantasia in fase di possesso. Mentre in fase di non possesso agevolava i raddoppi, il pressing e la collaborazione. Ci si doveva muovere tutti in blocco, in armonia e sinergia. La squadra doveva restare unita e spostarsi continuamente”.

“Come si lavora?

  • Sulla didattica collettiva e di gioco per acquisire una tecnica individuale attraverso la squadra e il gioco;
  • no a una tecnica da circo, si parte dalla squadra e dal gioco per arrivare al singolo e non il contrario;
  • no a un calcio difensivo, individuale e specialistico;
  • formare un gruppo che si trasforma in una squadra attraverso il posizionamento, il collegamento, la connessione;
  • una interazione tecnico/tattica/psicologica;
  • tutti devono partecipare e conoscere le fasi d’attacco e di difesa, tutti devono lavorare con e per la squadra a tutto campo e tempo, undici giocatori in posizione attiva con e senza palla
  • più il gruppo sarà compatto, più si aiuterà il singolo e si faciliterà la tecnica e la collaborazione;
  • simulare negli allenamenti tutto quello che avverrà in partita, solo così il ragazzo non si troverà impreparato e teso;
  • correggere significa migliorare;
  • velocità e avversari sono le difficoltà in partita, passare dal facile al difficile, dal semplice al complesso per raggiungere una situazione similare al match
  • la formazione per essere efficace deve modificare il pensiero e orientare i comportamenti di apprendimento e trasformazione.

Ho sempre interpretato il ruolo dell’allenatore pensando che il mio compito fosse paragonabile a quello dell’autore e del direttore d’orchestra nella musica o dello sceneggiatore e del regista in un film. Credevo fortemente nelle mie idee, una convinzione totale che attraverso la comunicazione e il lavoro cercavo di trasmettere ai calciatori. Essendo il calcio uno sport di squadra, iniziavo proprio dal concetto di squadra, che si formava unicamente attraverso una interazione tra la componente umana e quella tecnico-tattica. Uno spirito di squadra elevatissimo era fondamentale, come la benzina per un’auto. La volontà e la conoscenza producono sinergia e moltiplicano le soluzioni e le certezze.

Partivo dalla squadra per poi andare sul gioco, che consideravo come il motore per l’auto o la trama per il film. Il gioco può essere come la trama: scarso, sufficiente, ottimo, dipende dal talento, dalla chiarezza, dalla capacità didattica, dalla sensibilità e dalle intuizioni del tecnico. I calciatori sono gli interpreti, che non riuscirebbero a trasformare una brutta trama in un grande film. In una squadra che gioca male sembrano scarsi anche i campioni. Un esempio è il Real Madrid 2005-2006 con i suoi tanti vincitori di Palloni d’oro, che venne definito da Di Stefano brutto e noioso. Le correzioni negli allenamenti, la scelta delle esercitazioni più idonee per realizzare la teoria sono fondamentali. Tutto quello che non si corregge negli allenamenti costiturà un ostacolo per la realizzazione ottimale del gioco”.

“La nuova didattica riguardava la fase di non possesso, una zona pressing che aveva modificato completamente l’ortodossia del calcio italiano in generale, fino allora basato prevalentemente sulla marcatura a uomo, con una difesa protetta sempre da un libero e con tutta una squadra pessimista e quindi più votata alla distruzione che alla costruzione, un calcio pauroso con molti giocatori al limite dell’area e che non affronta l’avversario a tutto campo perché in inferiorità numerica, dal momento che tiene sempre uno o due calciatori fissi indietro in copertura. Poi si fa gol pensando ad un contropiede, a un’invenzione del numero dieci o a un errore dell’avversario.

Il calcio che io volevo era attivo anche in fase di non possesso, e vedeva i giocatori protagonisti grazie al pressing. Anche i riferimenti erano diversi: per il calcio italiano il riferimento principale era l’avversario e la lotta era uno contro uno. Nel mio calcio al primo posto c’era il pallone, poi il compagno e quindi l’avversario. Si cercava una difesa collettiva e si andava sulla marcatura o a coprire lo spazio. L’intelligenza, l’attenzione, il posizionamento corretto e la capacità di scelta erano basilari, si cercava il meno possibile la lotta uno contro uno e si marcava invece collettivamente grazie a reparti congiunti che si muovevano in modo ordinato e sincronizzato. La forza che producono undici uomini non potrà mai raggiungerla nessuno individualmente. Si faceva un’esercitazione di 10-15 minuti con il portiere più i difensori contro una squadra intera di undici composta dai vari Van Basten, Gullit, Donadoni, Massaro, Ancelotti, Rijkaard eccetera a tutto campo.

Pochissime volte gli undici facevano gol. Dicevo a Van Basten che scommetteva con me e pagava sempre lo champagne: «Meglio cinque organizzati che undici senza una linea di gioco».

Ci si esercitava anche in fase di non possesso per le chiusure e i collocamenti preventivi, inoltre per il pressing, una cosa quasi sconosciuta nel nostro campionato. Il pressing richiede una squadra compatta e organizzata, tempi di attacco e marcatura a scalare, e contemporaneamente dalla parte opposta bisogna scivolare e coprire con diagonali. Il problema consisteva nel far correre in avanti calciatori che da sempre correvano indietro. In avanti si corre solo se si è organizzati e si sa quando e come. L’obiettivo era essere sempre in superiorità numerica nei pressi della palla.

La presenza di Gullit mi servì molto, come le esercitazioni per cambiare la mentalità, che non si compra e non si crea senza la determinazione del gruppo; ci si esercitava molto anche con le Nazionali giovanili per tenere la squadra compatta e che si muovesse come fosse un sol uomo, simulando e correggendo situazioni analoghe che si sarebbero incontrate la domenica. Ai calciatori italiani il nuovo fa paura, ma quando sono convinti lo interpretano meglio degli altri, che in fase di non possesso sono molte volte approssimativi. Si facevano esercitazioni con i colori per abituarli a muoversi contemporaneamente e in sincronia: si chiamava un colore (ogni colore significava un pallone) e tutti si muovevano in avanti e indietro o lateralmente con i compagni e arrivando simultaneamente.

La distanza longitudinale tra la linea dei difensori, quella dei centrocampisti e quella degli attaccanti non doveva essere superiore in generale ai 10-12 metri per linea, mentre la distanza in larghezza tra centrocampisti e difensori, per fare reparto e avere la certezza della compartecipazione, non doveva essere quasi mai superiore in generale ai 6-7 metri.

A palla libera e possesso all’avversario ci si esercitava a coprire lo spazio e a scappare indietro, così come quando la squadra subiva un contropiede e si era in inferiorità numerica si doveva scappare; poi, quando la situazione cambiava, bisognava trovare i tempi giusti per il pressing. Così facendo si passava da una situazione negativa a una positiva, creando scompensi negli avversari. Avere una difesa alta consentiva maggiore spazio e tempo per posizionarsi correttamente.

Il saper scalare in avanti o lateralmente, avere i tempi del pressing così come della copertura, giocare senza avere sempre un difensore fisso in più dietro che copre, a sistema puro, cercando la superiorità numerica in difesa attraverso l’organizzazione e il movimento: questo volevo dai giocatori, consentiva di non essere in inferiorità numerica a centrocampo.

Sulla respinta la linea di difesa doveva salire velocemente (difficile anche con i ragazzi, perché hanno paura, non sono abituati a vederlo neppure dai grandi). Il concetto è: essere compatti per migliorare la collaborazione e la connessione. Avere undici calciatori in posizione attiva con la palla e senza, solo così si sente la compartecipazione attiva dei propri compagni.

Nel mio calcio veniva prima la capacità di giudizio e il senso della posizione, la capacità di prevenire; la parte fisica e tecnica per me sono sempre stati dei mezzi, mai dei fini.

Anche la tecnica era collettiva e prevalentemente acquisita attraverso situazioni di gioco e simulazione. L’allenamento per essere veramente allenante deve far provare durante la settimana tutte le situazioni che si ritroveranno in partita, tenendo presente che nelle situazioni inedite ci sarà solo sconforto e tensione. Avevo ben chiaro che l’allenamento per essere efficace non può prescindere dal considerare l’avversario e la velocità.

In fase di possesso facevo molte esercitazioni (anche con le Nazionali giovanili). In fase difensiva un portiere più quattro difensori contro sei o otto o undici avversari. Poi 1+4+2 contro undici, 1+4+4 contro undici. Alla fine undici contro undici con la squadra allenatrice che doveva cercare di uscire con i passaggi, o con i lanci, o col rinvio del portiere.

Ci si esercitava in un pressing difensivo nella nostra metà campo, offensivo 8-10 metri oltre la metà campo, ed ultra offensivo vicino all’area avversaria. Con le giovanili, appena persa palla, si cercava il pressing immediato, trovando tante difficoltà per l’atavica paura generata dalla tradizione e dal non sapere come fare. Allenavo tutte le componenti difensive, dal movimento collettivo al pressing, al fuorigioco, ai raddoppi, alle marcature a scalare, alle lotte uno contro uno, alle respinte e alla risalita veloce. Solo qualche volta si facevano esercizi individuali. E lo sottolineo di nuovo: il calcio è uno sport di squadra e non individuale. Partivo dagli undici e dal gioco per insegnare una tecnica già relativa alle situazioni della partita.

Non volevo perdere tempo. Attraverso esercitazioni di gioco allenavo la tecnica collettiva dei giocatori, così non dovevano apprendere prima la tecnica individuale e poi inserirla negli undici e poi nel gioco. Il calcio è cambiato radicalmente quando si è passati da una tecnica individuale a una tecnica collettiva. Prima si voleva fare 1+1+1+1+1+1 per arrivare a undici. Io partivo dagli undici per arrivare a uno.

Pertanto oltre ai vantaggi sopra citati si potevano operare al meglio le chiusure preventive, i collocamenti preventivi, l’essere corti e stretti. Il pressing e le chiusure preventive permettono di correre meno, con risparmio energetico gli scatti sono brevi, e si evita una corsa indietro lunga di tutta la squadra. Se si bloccano subito le ripartenze rivali attraverso il pressing, si creano i presupposti per transizioni letali, che sono il meglio del calcio italiano offensivo. Per fare questo, occorrono grandi capacità organizzative e di giudizio e una conoscenza che si ottiene solo attraverso un lavoro lungo, faticoso e paziente. Chiedevo ai miei giocatori e alla società pazienza, perché i

miracoli non li fa nessuno.

In fase difensiva e di possesso, ritengo ancora fondamentale che la squadra sia corta e anche stretta. In fase di possesso il mio sistema di gioco è basato sui sincronismi e i tempi. Lasciamo spazi e per arrivarci in movimento è più complicato da realizzare, ma anche più difficile da controllare per gli avversari. La distanza tra il possessore di palla e i riceventi non deve essere superiore in generale ai 12-15 metri. Se la distanza fosse maggiore il lancio sarebbe meno preciso, quasi sempre alto, lento, e il ricevente isolato.

Inoltre il difensore, più la distanza è lontana, non teme di essere attaccato alle spalle e ha 30-40 metri per l’anticipo.

Il passaggio sui 10-12 metri è facile, non richiede una tecnica sopraffina. Gli smarcamenti, i tempi, le distanze e un ricevimento corretto sono tutti elementi che agevolano la tecnica. Tutti collaborano e possono ricevere. Il movimento è breve e poco dispendioso. Il modo in cui si riceve la palla, con la faccia o con le spalle verso la porta avversaria, fa la differenza, così come ricevere la palla da fermi o in movimento. Ecco perché la squadra deve essere stretta, per poi avere spazi per andare in profondità sulla fascia in movimento.

I lanci devono essere pochi e mai lunghi, eccetto i cambi di gioco. I passaggi devono essere rasoterra e veloci.

Gli smarcamenti e le finte sono importanti per ricevere la palla più comodamente, per la tempistica del passaggio e di chi riceve (fare la finta troppo presto o tardi complica il ricevimento e la situazione tecnica). Più si riceve la palla bene con buoni smarcamenti, più aumentano la fantasia e la velocità, facilitando la tecnica. Gli smarcamenti possono essere individuali o di gruppo (uno va e uno viene, incrocio, uno taglia e uno dietro, ecco).

Il compagno in possesso palla dovrebbe avere più soluzioni onde scegliere la più vantaggiosa e creare più difficoltà all’avversario. Io desideravo che il possessore avesse sempre quattro-cinque possibilità di passaggio (uno laterale, uno indietro, e avanti) oppure (due laterali, uno avanti e uno indietro).

Se il compagno con la palla è attaccato, quello più vicino non deve attaccare lo spazio ma andare incontro. Sugli attacchi centrali le due punte attaccavano la profondità o uno incontro e l’altro tagliava in profondità alle sue spalle, con un centrocampista dietro ai due attaccanti. Sugli attacchi laterali: vicino all’area uno o due aiutavano il giocatore sulla fascia e tre o due si preparavano a ricevere il cross; quello avanti decideva dove andare e gli altri seguivano, attaccando uno il primo palo uno il secondo palo e uno dietro (arrivare in movimento e in anticipo).

Desideravo sempre minimo cinque giocatori oltre la linea della palla e volevo i collocamenti preventivi per impedire le ripartenze avversarie. Se la squadra avversaria pressava, i giocatori sapevano come cambiare gioco. Specialmente a livello internazionale, dove quasi tutte le squadre pressano, è importante lavorare in allenamento per uscire dal loro pressing. Specialmente a livello internazionale, dove quasi tutte le squadre pressano, e le soluzioni sopra citate per uscire dal loro pressing sono importanti.

Tra le esercitazioni che più frequentemente facevo c’era l’undici contro zero per la fase offensiva, dove richiedevo velocità nei passaggi, negli smarcamenti, immaginando di essere marcati. Tutti dovevano essere in movimento e muoversi con i tempi dei passaggi giusti: ricezione della palla corretta, alternare attacchi laterali e attacchi centrali. Farlo in velocità dopo una prima fase di riscaldamento è imprescindibile non essendoci l’avversario.

Creavo simulazioni di gioco con regole sempre diverse per abituare i giocatori a essere sempre attivi mentalmente.

Per esempio, la squadra è lunga? Obbligarli a passaggi rasoterra, e se non lo facevano punizione a favore dei rivali.

La squadra tira poco in porta? In uno spazio di 50×40 metri facevo giocare con un tocco e tiro, un dribbling un tocco e tiro.

La squadra tiene troppo la palla? Gioco la partita con un tocco e così via.

Creavo altre esercitazioni con i tiri e i cross simulando le azioni, con qualche avversario sui cross e sulla fascia e sempre con tre attaccanti che braccavano la porta. Ho sempre pensato che l’intelletto fosse l’elemento più importante.

Per abituarli ai colpi di testa, si giocava solo con la testa in un campo sintetico. Questo perché ci si doveva abituare a tirare i colpi di testa in partita e non da soli: così attraverso una tecnica collettiva miglioravo quella individuale.

Ho sempre attivato molti possessi, però finalizzati (squadra schierata con ognuno nel proprio ruolo) e sempre in superiorità numerica (per esempio un portiere più due difensori o un portiere più quattro contro quattro avversari).

Ho sempre voluto dare un’alternativa al possesso affinché in partita i miei giocatori praticassero un possesso non pleonastico, fine a se stesso. Il possesso è valido se è la premessa per l’affondo: saper rimuovere la palla velocemente e poi trovare il movimento e lo spazio per l’affondo diventa importante quando si trova lo spiraglio giusto.

La tecnica viene allenata, anche con i ragazzi, attraverso il movimento e in generale a gruppi, ma ancora di più nei possessi. Credo sia importante insegnare una tecnica attraverso il gioco in modo globale e non analitico.

Michels, grandissimo allenatore olandese, mi diceva: «Siete strani voi italiani, insegnate la tecnica a sé stante dal gioco. Noi insegniamo come deve essere in partita. Sarebbe come insegnare a nuotare mettendo i calciatori su una tavola spiegando che devono alternare il movimento dei piedi e delle mani. Noi li buttiamo in acqua».

Gullit, grande campione nelle partite di palla tennis, nessuno lo voleva in squadra, così come nelle esercitazioni tecniche individuali era mediocre. In partita, invece, era bravissimo in tutti i gesti tecnici: conduzione, tiro, passaggio, colpi di testa, dribbling, contrasto. Aveva acquisito una tecnica da gioco e non da circo.

Facevamo molti possessi, molti torelli ma in movimento, sapendo quando e dove posizionarci per smarcarsi. L’allenatore deve intervenire e correggere tutti gli errori.

Quando Pep Guardiola arrivò al Bayern, i giocatori tenevano un torello da fermi e lui disse: «Non mi sembra che il calcio si possa giocare da fermi, vi state abituando a quello che non succederà mai in partita. Non solo perdiamo tempo ma è deallenante».

Io volevo partitelle con regole, possessi, torelli, esercitazioni di gruppo. Tiri, cross, ricordandosi di attuarli sempre più alle velocità della partita e poi anche mettendo, a volte, avversari in inferiorità numerica, come accade nella realtà di ogni incontro.

Anche la preparazione fisica avveniva sempre più con il pallone e sempre più attraverso partite ed esercitazioni. Un esempio: un lavoro lattacido si può fare a secco (senza pallone) con ripetute ma anche con partite in pressing della durata di due, tre minuti (per esempio, partite in una metà campo portiere+1 regista+5 attaccanti contro portiere+1 libero+5 marcatori a uomo). Le regole sono che il regista e il libero non marcati hanno solo due tocchi, gli altri tocco libero e nessuno potrà ostacolare il regista o il libero. Si fanno azioni tipo partita 1:1 per abituare tutti ad attaccare e difendere, se uno scarta il proprio avversario solo il libero o il regista possono intervenire e raddoppiare.

Per migliorare le ripartenze formavo tre squadre di sei contro sei in una metà campo, mentre altri sei aspettavano nell’altra metà. Se la squadra dei sei attaccanti passava la metà campo si confrontava con gli altri sei, e se perdevano la palla cercavano di non fare superare la metà campo ai rivali. Vinceva la squadra che aveva segnato più gol.

Anche per abituare al pressing si fanno partitelle costruite in maniera opportuna.

Nelle partite di pressing mettevo portiere+3 giocatori contro 3 giocatori+portiere in un campo ristretto di 40×25 metri per un tempo di tre o due minuti. Oppure portiere+4 contro 4+portiere oppure portiere+1 contro 1+portiere per due minuti (e queste partitelle erano davvero micidiali). Molte di queste esercitazioni si facevano nella gabbia dove la palla non usciva mai. Io stavo sopra una seggiola con il megafono e urlavo e li incitavo e dicevo loro quello che dovevano fare. Li correggevo, li spronavo, li aiutavo a giocare uno contro uno. Ancelotti era quasi sempre contro Rijkaard, un mostro fisicamente, nel portiere+1 contro 1+portiere, e un giorno mi disse: «Mister, cosa ho fatto di male per punirmi con Frank?».

Oppure, il potenziamento delle gambe e dell’elevazione si può fare a secco ma anche con una partita (possibilmente sulla terra o sintetico, dove si può colpire solo di testa): si facevano 20-30 elevazioni col pallone.

Scatti brevi si possono effettuare con un torello dove chi è dentro deve attaccare sempre la palla per 6-7 secondi, quindi fa gli scatti in relazione al pallone come sarà in partita. Scatti di 10, 20, 30 secondi si possono fare mettendo i quattro difensori che rinviano oltre la metà campo e i quattro difensori scattano fino a metà campo orientandosi con la palla calciata e così gli altri ruoli, per abituarli a correre sempre in relazione a dove si trova la palla.

Negli anni ho raccolto interi faldoni di materiale, con schede ed esercizi finalizzati a far muovere la squadra, con esercitazioni e regole che poi davano i loro frutti la domenica in partita. Tutti esercizi con l’obiettivo di allenare mentalmente e fisicamente attraverso il pallone e il gioco. Era il risultato della ricerca quotidiana, dello sviluppo delle idee, della rielaborazione di concetti che si dovevano concretizzare in partita. E questo lavoro lo deve fare l’allenatore”.