Il 27 marzo 2012 il Real Madrid vince 0-3 in casa dell’Apoel Nicosia. L’allenatore dei blancos, José Mourinho, viene intervistato dagli operatori italiani di Sky. Nello studio dell’emittente televisiva c’è Marco Materazzi, giocatore con il quale il tecnico portoghese ha ottenuto importanti successi, tra cui la Champions League del 2010.

José Mourinho parla così del suo ex giocatore: “Marco mi manca tanto. Però siamo vicini, siamo vicini oggi e sempre. Sono sicuro che lui sia felice del nostro risultato di oggi. Fratello una volta, fratello per sempre”.

Un commento fuori dagli standard di un rapporto gerarchico allenatore-giocatore.

Jorge Costa, anch’egli guidato dall’allenatore di Setubal ai tempi del Porto, ha in passato parlato così del suo ex tecnico: “Noi abbiamo sempre visto Mourinho come una persona normale, non assolutamente come un superuomo. Tuttavia, noi avevamo per lui una grande ammirazione. Noi accettavamo incondizionatamente la sua leadership. Personalmente, vedevo Mourinho anche come un amico”.

Anche questo commento dimostra come il rapporto che Mourinho cerca con i giocatori della sua squadra è un rapporto tra uomini e persone sullo stesso livello, un rapporto tra amici e fratelli.

Anche il commento di un altro ex giocatore del Porto, Benny McCarthy, ribadisce questo concetto: “Mourinho è più uno del gruppo che un allenatore. Egli mantiene un rapporto molto stretto con tutte le persone con cui lavora, pur riuscendo a far emergere la sua figura come centrale per la squadra. E’ questo un aspetto che fa di lui uno dei più grandi”.

Cos’è, quindi, per Mourinho la leadership?

“Per me essere un leader non significa dare ordini, significa dirigere, guidare.
Per spiegarmi meglio, la leadership può essere paragonata all’essere genitore. Si può essere un padre che dà ordini o un padre che indica una strada. […] Applicando questo concetto al mio lavoro, io non voglio limitare i giocatori, cerco piuttosto di fare il contrario. Io voglio sviluppare abilità sia a livello individuale che collettivo. Quindi, io non voglio risolvere i problemi dando ordini, io voglio guidare la mia squadra. Guidando la squadra, garantisco una certa flessibilità sia a livello comportamentale che mentale. Quindi, i giocatori non si sentono ammanettati, ma hanno la giusta libertà. Se fossero incatenati, si sentirebbero dominati da qualcuno di esterno. Io invece voglio preparare i miei giocatori ad avere la giusta autonomia di cui hanno bisogno nella loro vita e in campo. Questo perché in campo la squadra gioca per novanta minuti in autonomia quasi totale e le mie azioni in questi novanta minuti sono estremamente limitate. Durante i novanta minuti sono i giocatori che hanno il potere decisionale e che devono decidere. Per questo motivo credo che sia necessario sviluppare abilità creative e lasciar loro spazi di autonomia”.

Come si può quindi notare, il rapporto che Mourinho instaura con il gruppo è un rapporto di complicità, di solidarietà, di cameratismo e di responsabilizzazione. La capacità di creare gruppi uniti e forti è una delle doti più importanti di Mourinho.
Attraverso una relazione di affetto Mourinho crea unione; responsabilizzando i giocatori e comportandosi come una guida più che come un’autorità esterna, Mourinho può indicare gli obiettivi e la via per raggiungerli ed avere la sicurezza che i giocatori seguano la strada tracciata.
Tutto questo perché Mourinho è consapevole che per creare un gruppo autentico bisogna partire da una visione condivisa da tutti.