Dopo aver analizzato i comportamenti della linea difensiva del Napoli di Maurizio Sarri (clicca qui), analizziamo anche quelli dell’Empoli di Marco Giampaolo, altro allenatore che applica una difesa di reparto a zona integrale (clicca qui per vedere la video analisi completa su fase di possesso e di non possesso dell’Empoli).

Considerazione di Marco Giampaolo in una discussione con Renzo Ulivieri:

Se ai miei difensori chiedo di tener conto anche dell’avversario perdono sempre di vista la palla.

Da un intervento di Fabio Micarelli, collaboratore storico di Marco Giampaolo, ad un incontro organizzato da www.allenatore.net:

E’ la palla che determina i movimenti della nostra linea difensiva. I difensori sono tutti legati tra loro e hanno come obiettivo la copertura degli spazi in riferimento alla palla. […] Il nostro principio base è la copertura della profondità, il ripristino del blocco difensivo di squadra e la pressione costante con l’obiettivo di coprire la palla e di permettere alla difesa di fare l’elastico difensivo in avanti.

Da un’intervista allo stesso Giampaolo ai tempi del Siena (clicca qui per vedere la video analisi del Siena di Giampaolo):

Alcuni affermano che tutte le grandi squadre, ieri come oggi, pongono le loro basi su una perfetta fase difensiva, è d’accordo?
«Statisticamente le squadre che subiscono meno gol sono poi quelle che arrivano, statisticamente. Quando si parla di fase difensiva non si deve mai pensare solo ai difensori, poiché è un lavoro d’insieme che va incastonato in un discorso più ampio. Io credo che una squadra capace di fare un non possesso organico abbia un valore aggiunto, perché per me è il risultato di un collettivo e non delle qualità individuali, come per esempio nell’uno contro uno».
[…]
Come si trasmette un’idea di gioco a un gruppo?
«Innanzi tutto l’allenatore deve avere le idee chiare su dove deve arrivare. Una linea di traguardo, oltre la quale c’è la cura del dettaglio, che non finisce mai. Per fare questo occorre tantissimo lavoro e una didattica che non trascuri i dettagli, dalla lavagna al computer, dal televisore alla postura, piccoli ma che possono rivelarsi fondamentali per vincere una partita. Un traguardo del genere, per essere raggiunto, ha bisogno di tanto tempo e di tanto lavoro, ha bisogno della disponibilità dei giocatori, della tutela della società e chiaramente di buoni interpreti».
Lei s’ispira a qualche allenatore? E qual è quello che le ha insegnato di più?
«Io sono cresciuto come calciatore con Giuliano Sonzogni che era un seguace di Arrigo Sacchi ed è stato il primo allenatore che mi ha insegnato qualcosa di diverso rispetto agli altri. Successivamente ho avuto la fortuna di collaborare con Delio Rossi al Pescara, che allora era emulo di Zeman, un altro calcio, infine con Galeone, che è il prodotto di un calcio più spagnolo, capace di unire la qualità alla ricerca del risultato. Tre filosofie diverse, la quarta è quella italiana della marcatura a uomo, che io non ho mai preso in considerazione. Quindi sono cresciuto con quelle tre identità diverse nelle quali mi rispecchiavo: una squadra organizzata in fase di non possesso palla; una squadra con idee in fase d’attacco; una squadra che avesse un’estetica di gioco, che si facesse apprezzare per quello. La sintesi è questa, ho preso qualcosa da tutti e tre, ho portato avanti le mie idee, i miei studi, ho visionato allenatori come Del Neri, che credo sia un maestro in questo senso, Prandelli, Spalletti, negli anni, e ho fatto le mie esperienze personali, attraverso le partite e gli allenamenti, maturando un’idea di calcio che abbracciasse organizzazione, idee in fase offensiva e spettacolo».

a cura di Renato Montagnolo
08/01/1990
Allenatore Uefa B – Allenatore juniores nazionali – Collaboratore tecnico serie D
renato.montagnolo90@gmail.com