«Se non volete lavorare, vi togliete dal c…»
(Il riflesso della vacanza sacrificato sull’altare della vittoria)

Estratto del libro A. Alciato, Metodo Conte. Dentro lo spogliatoio: alla scoperta dei segreti che nessuno ha mai raccontato, Vallardi, Milano 2015

Il 18 dicembre 2010, il Siena era atteso dalla trasferta di Varese, poi il campionato di serie B si sarebbe fermato per le vacanze. Conte aveva iniziato a martellare i suoi giocatori qualche giorno prima, senza sosta, come solo lui sa fare: «Mi raccomando, non dovete avere le valigie in mano prima di giocare. A Varese pretendo un impegno assoluto». «Sai che novità», aveva bisbigliato qualcuno, e per fortuna l’allenatore non aveva sentito. Perché poi i suoi giocatori quella sfida l’hanno persa, è finita 1-0 per i padroni di casa, con gol di Ebagua, su un terreno di gioco ghiacciato. Apriti cielo. Le norme federali prevedevano che i calciatori dovessero essere lasciati liberi almeno una settimana, e così è stato: dal 19 compreso al 25 compreso, che fanno appunto sette giorni. Spaccati. Volendo essere biblici, va detto che pensando all’ottavo giorno Conte si arrabbiò. Poco dopo il ko, infatti, alla sua squadra aveva fatto gli auguri utilizzando più o meno queste parole: «Divertitevi, ragazzi, perché dal 26 si va tutti in ritiro a Messina».
E in Sicilia, per usare le parole di Giorgio Perinetti, l’allora direttore sportivo del Siena, una delle persone che meglio conoscono Conte, «ne abbiamo viste delle belle». Il panettone l’aveva mangiato, il mister, però gli era rimasto sullo stomaco. Vicino, molto vicino al ricordo di quanto accaduto a Varese. Due piatti indigesti erano troppi, anche per uno come lui. «A Messina era arrivato già molto nervoso», ricorda l’attaccante Emanuele Calaiò. «Il mister conosce una sola parola, vittoria, e quel risultato l’aveva fatto incazzare parecchio. Più che un ritiro per rimetterci in forma dal punto di vista atletico, era stata una punizione. Questo l’avevamo capito tutti.» E tutti, proprio come il loro allenatore, qualche ora prima, si erano buttati sul torrone, sul cioccolato e magari su un bicchiere di vino: «Durante la pausa del campionato si mangia qualcosina in più», dice ancora Calaiò, «si stacca, anche dal punto di vista mentale. Eravamo reduci da sei mesi bestiali, particolarmente pesanti, avevamo bisogno di un po’ di relax. E invece sono arrivati i test…»
Al primo giorno di ritiro, nel menù degli allenamenti del Siena Conte e il suo staff avevano inserito il temutissimo Yo-Yo test, che i giocatori iniziano con grandi aspettative e di solito finiscono con la lingua felpata, classico sintomo alla Fantozzi. Il test consiste nell’effettuare il maggior numero di corse fra due linee poste a venti metri di distanza tra loro, a un ritmo progressivo imposto da un segnale acustico. Si fa la spola da una parte all’altra, appunto come uno yo-yo, e prima che si senta bip i calciatori devono avere coperto la distanza prestabilita. È uno scatto continuo verso la fatica. Quello di Calaiò non era andato troppo bene: «Conte mi vedeva sovrappeso, come Reginaldo, e allora se l’è presa con noi due». In maniera dura, pesante, dopo la metà di un allenamento e davanti al resto della squadra perché, come aveva scritto nella sua tesi al Master di Coverciano: «Il dilemma è: davanti a tutti o singolarmente? Personalmente preferisco parlare davanti al gruppo, tenendo però ben presente che le personalità sono differenti».
«Se non avete voglia di lavorare, vi togliete dal cazzo e andate a fare la doccia!» Un urlo, e il Siena si è fermato. Tutti si sono girati verso i due compagni sott’accusa. Regnava un silenzio assoluto, irreale per un posto così piccolo popolato da così tanta gente. Reginaldo si è offeso: «Come vuoi. Io vado a farmi la doccia». Ed è uscito dal terreno di gioco.
Calaiò no, non si è arreso. È rimasto fermo esattamente dove si trovava: «Io invece continuo finché ne ho, ma oltre a quello, mister, non so andare. Il lavoro è pesante. È vero, ho staccato un paio di giorni, ma non sono una macchina».
«Devi ascoltare il dietologo.»
«Ma, mister…»
«E adesso corri, sempre che tu ci riesca.»
La sfida, a quel punto psicologica, era in pieno svolgimento. Calaiò ha continuato a lavorare con il resto del gruppo e, ogni volta che passava vicino a Conte, tutti e due borbottavano, dicevano mezze frasi, si insultavano a voce bassa, discutevano.
«Nel frattempo io ero andato in centro a Messina con un’auto a noleggio, per sbrigare alcune commissioni», racconta l’allora team manager Nazario Pignotti. «Quando sono tornato ho trovato Reginaldo, furibondo, che vagava a piedi nel parcheggio dello stadio. Mi ha chiesto di riaccompagnarlo in hotel, e così ho fatto, senza pormi troppe domande. Pensavo fosse d’accordo con qualcuno. Subito dopo ho raggiunto la squadra, che era ancora in campo, e a quel punto ho capito tutto. Ho realizzato cos’era appena accaduto…»
«Purtroppo per lui», aggiunge Perinetti, «perché Conte gli ha fatto una lavata di capo storica.»
«Ma sei impazzito? Ma chi ti credi di essere?» gli ha urlato non appena l’ha visto. «Reginaldo doveva stare a bordocampo a guardare tutti gli altri mentre sudavano. Hai capito? Qui non siamo in vacanza, questa non è casa tua, né sua!»
Pignotti, che aveva agito in buona fede, non ha risposto: durante le «esondazioni» di Conte, la reazione migliore è il silenzio. Lo sanno tutti. Da quel momento in avanti, per l’intera durata del ritiro, l’allenatore non ha più voluto Reginaldo sul pullman del Siena. «Hai il tuo autista», ha gridato.
«E allora usalo.» Ovviamente l’autista era Pignotti.
«Per quanto riguarda me, invece», continua Calaiò, «mi ha fatto rifare lo yo-yo test il giorno successivo, ed è andato un po’ meglio. Con tutti i difetti che può avere, e ne ha, è di gran lunga l’allenatore più bravo che abbia avuto. Ti fa giocare bene a calcio, e questa è solo una parte del suo talento, perché allo stesso tempo ti porta al limite, per darti le giuste motivazioni. Mette la testa dentro il carrarmato e va dritto per la sua strada, travolgendo tutto e tutti. Io devo solo dirgli grazie, in quella stagione ho segnato la bellezza di 18 gol. Se vedeva mezza cosa che non andava, faceva un casino senza precedenti. All’apparenza le reazioni erano sproporzionate rispetto alle azioni, ma col passare del tempo ho capito che rientrava tutto all’interno di una strategia ben precisa. La strategia che magari ci ha rovinato un Natale, ma che poi ci ha permesso di vincere tanto.»
Capita che le reazioni siano più che altro premeditate. Si inseriscono all’interno di un calcolo preciso mascherato da sfuriata estemporanea. Nella testa di Conte, Varese doveva restare la città di un altro pianeta, e la sconfitta un affronto senza un seguito. Sapeva già che a Messina avrebbe fatto qualcosa di eclatante, che avrebbe individuato uno o più capri espiatori per sottolineare – manco ce ne fosse bisogno – la gravità dell’errore commesso. Imperdonabile, a suo modo di vedere. Se gli dai i giocatori che ti ha chiesto, se la squadra è costruita secondo le sue volontà, allora non vede una sola ragione per cui non si possano vincere tutte le partite. Se non succede, scoppia l’inferno. Per qualcuno è un matto, e di solito quel qualcuno è chi arriva secondo. Ha un’opinione alta di sé, è immodesto; però, quando l’immodestia è supportata dai fatti, allora siamo semplicemente di fronte a una persona consapevole dei propri mezzi. Una volta l’hanno sentito pronunciare questa frase: «Da calciatore non ero un campione, da allenatore sono un fuoriclasse».
Per questo può permettersi di rovinare ai suoi giocatori il ricordo e il riflesso di una vacanza appena consumata. Perché in vacanza si tende all’ozio e, di base, non lo può sopportare (in particolare se è costretto a rimuginare su una sconfitta per un lungo periodo). Dopo le dimissioni dalla Juventus dicevano fosse stressato per il troppo impegno. Impossibile. Al limite, può accadere il contrario. È dipendente dal lavoro e sa che dal lavoro dipendono i risultati. Entrambi discendono dalla stessa fonte. Conte e i risultati sono la stessa cosa.