O SI VINCE COME SQUADRA O SI VIENE ANNULLATI INDIVIDUALMENTE
“Il talento si forma nella quiete, il carattere nel fiume della vita umana”
Johann Wolfgang Goethe

Soddisfare i propri bisogni personali
“O si vince come squadra o si viene annullati individualmente”.

Scrivo questa frase sui muri degli spogliatoi, nelle sale riunioni e su fogli che la mattina presto, prima della sveglia, faccio passare sotto la porta delle camere d’albergo di ciascun giocatore. In modo che il primo pensiero, appena alzati sia uno solo: fare squadra.
Ognuno di noi fa un lavoro diverso, ma abbiamo una cosa che ci accomuna: la volontà di soddisfare i nostri bisogni personali.
Le persone sono diverse una dall’altra: c’e chi lavora solo per garantirsi un tenore di vita elevato, chi vuole dimostrare di essere un grande manager, chi gioca in una squadra di serie B e vuole arrivare alla Juventus o al Milan, chi sogna una vecchiaia serena e senza stenti, chi la prima casa di proprietà e chi la seconda casa al mare con piscina, chi la Ferrari e chi di giocare in Nazionale.
Ognuno ha le sue aspirazioni, e anche se quelle di qualcuno sono più nobili di altre, per me non è cosi. Tutte sono ugualmente da rispettare.
Ma questi bisogni potranno essere soddisfatti solo a una condizione: che i giocatori siano in grado di far vincere la propria squadra, altrimenti vedranno svanire ogni possibilità.
Qualche anno fa sono stato invitato in un’azienda per una consulenza sul tema “Vince la squadra non il gruppo”.
Mille dipendenti da gestire, molti conflitti da sanare fra i team di lavoro. La squadra si stava dissolvendo, il fatturato ne soffriva.
A Natale, sono passati mesi dal mio intervento, mi vedo recapitare a casa un enorme pacco: lo apro e dentro c’è un regalo fantastico.
Quando scopro il mittente la sorpresa diventa ancora più grande: è da parte del titolare di quell’azienda.
Li chiamo e mi risponde proprio lui, è contento di sentirmi: “Non doveva, è troppo” esordisco io. I luoghi comuni si sprecano, finché lui mi stoppa e mi dice: “Guardi, sono io che non la ringrazierò mai abbastanza, lei non sa quanto mi ha fatto e mi farà risparmiare in futuro. Prima del suo intervento, i responsabili dei nostri team venivano da me a scadenze regolari, per convincermi che si doveva fare gruppo, che i dipendenti dovevano stare più tempo insieme per conoscersi meglio e fare spogliatoio. E così a Pasqua tutti in gita a Parigi, a Natale in settimana bianca, in estate in un villaggio a cinque stelle. Spendevo montagne di soldi e i risultati erano comunque scarsi. Lei ha fatto una radiografia perfetta della situazione, Montali. Più le persone si conoscono, più emergono le loro diversità. E la diversità provoca conflitti, rancori, gelosie, che inevitabilmente si riversano nella vita professionale”.

Mantenere o acquisire privilegi
Se sbagli una stagione, nello sport come nel lavoro, perdi privilegi: non conta se
fino a ieri hai portato la tua squadra alla vittoria.
Nel momento in cui smetti di fare la differenza, i privilegi si azzerano.
Nessuno può più permettersi di non cercare l’eccellenza, il rischio è la perdita repentina dei privilegi acquisiti, delle possibilità di soddisfare i bisogni personali.
“O si vince come squadra o si viene annullati individualmente.”
Se questo messaggio entra nei giocatori, le energie, gli sforzi, la disponibilità a sopportare le diversità, la tenacia, l’applicazione e la concentrazione sulla partitura assegnata diventano assolute.
Finale del campionato europeo di volley a Roma nel 2005: l’Italia ha appena vinto contro i fortissimi russi, pochi speravano nel nostro successo dopo essere stati sotto per due set a uno.
L’inviato sul campo del TG1 mi inchioda al microfono e parte l’intervista a caldo. Io dico tre frasi “Siamo gente seria” e “Il lavoro paga sempre”, di cui una innovativa “Ha vinto la squadra, lo
ripeto, la squadra non il gruppo”.
Il mattino dopo, mentre sono in viaggio verso casa, ricevo una telefonata.
In linea, la segretaria del Quirinale: il presidente Carlo Azeglio Ciampi vuole parlare con me. Mi ringrazia, si congratula, partono le domande tecniche.
Segue una pausa poi chiede con pudore:  “Ma perché ha ribadito due volte che vince la squadra e non il gruppo, quando tutti parlano sempre del gruppo?”
Molti hanno un’idea romantica del gruppo, ma da lì emerge solo il peggio di noi e se non lo si impara a gestire può esplodere.
Nella squadra i giocatori non dovranno mai soffocare le loro diversità e i loro bisogni, anzi, è vitale che li mantengano vivi. Sono linfa per la squadra ed è solo da questa che si può arrivare al gruppo.
Ho vinto coppe, mondiali, scudetti con giocatori che non avevano e non condividevano niente tra loro, anzi in alcuni casi c’era forte antipatia e nessuna affinità caratteriale, ma hanno fatto
squadra e hanno vinto ugualmente.
Diventano gruppo quei team che in modo naturale, non forzato e non richiesto, improvvisamente giocando come una vera e propria squadra iniziano ad accorgersi che il compagno che hanno vicino è il migliore possibile per quel ruolo.
Il team che vinse l’oro nel 2005 mi costrinse fin da subito a lavorare moltissimo sul concetto di fare squadra.
Dopo l’argento alle Olimpiadi di Atene feci molti cambiamenti e mi trovai da subito a dover gestire rapporti problematici all’interno dello spogliatoio.
Ma la fortuna di quel team era il fatto di essere composto da persone molto intelligenti che, in pochissimo tempo (in Nazionale i tempi sono ridottissimi), riuscirono a concentrarsi sull’applicazione della partitura quasi senza accorgersi, nella settimana finale, di essere diventati un gruppo.
Nei giorni decisivi del torneo molti giocatori vennero da me per dirmi: “Però Coach, avevi ragione, quel giocatore sarà anche antipatico, ma gioca sempre per la squadra”.
Questo è il motivo per cui, al termine della finale, pronunciai quelle parole.
Uscivano da mesi di lavoro ossessivo alla ricerca della stima professionale tra i miei giocatori, convinto che il team avesse tutte le qualità, tecniche e morali, per vincere la medaglia d’oro.
Si può passare da squadra a gruppo solo quando tra i giocatori subentra l’unica cosa che conta nei rapporti di lavoro: la stima.