Affrontare una seduta di allenamento significa valutare molte dinamiche e variabili. Ogni tecnico propone,come basi per la creazione di una seduta o di un microciclo, criteri di allenamento volti a migliorare le prestazioni.

I meccanismi energetici da sostenere, il lavoro impostato sui dati archiviati, l’obiettivo prefisso, le attrezzature da convogliare, le intensità, i volumi, il coinvolgimento collettivo e dello staff intero sono presupposti imprescindibili nella strutturazione tattica e atletica.

La particolarità di queste variabili è che si possono perseguire gli stessi obiettivi con metodiche scientifiche differenti, con volumi di lavoro e tecniche di allenamento che possono esser anche diversi tra tecnici di squadre di varie categorie.

Va sottolineato che la letteratura dello sport ci fornisce fiumi di regole che la fisiologia indica e suggerisce di perseguire, ma possiamo asserire senza dubbio che sono le sfaccettature e la capacità di cogliere e sfruttare il dettaglio della letteratura, a fare spesso la differenza tra un ottimo lavoro didattico e un lavoro fisiologico di successo.

Moltissimo si scrive sull’evoluzione delle scelte e delle metodiche che il mondo del calcio sta attuando quotidianamente; basta citare alcuni dei trattati che oggi sono fortemente argomento di discussione e di crescita all’interno di uno staff professionale per rendersene conto:

-L’allenamento della forza in palestra o l’uso della forza applicata direttamente in campo;

-l’uso del pallone in tutte le esercitazioni derivanti da qualsiasi meccanismo energetico;

-la crescita dell’allenamento small sides game;

-la prevenzione e il giusto utilizzo delle metodiche propriocettive;

-l’allenamento costantemente basato sui dati tecnico tattici e condizionali.

Attorno a queste 5 grandi aree orbitano molte delle scelte che uno staff professionale mette in campo e che determinano la possibilità di avere le credenziali per arrivare a cogliere un successo, raggiungere un obiettivo con il supporto di decisioni fondate su una progettualità vincente.

Particolare attenzione va rivolta all’approccio psico-motorio delle sedute di allenamento, ponendosi l’interrogativo:

Cosa significa per i nostri atleti allenarsi e la loro percezione di seduta atletico – tecnico – tattica da quali principi d’esperienza deriva?

A qualsiasi livello, giovanile o professionistico, è basilare porsi davanti a questo quesito per mettere in condizione l’atleta di sposare queste 4 volontà che sono imprescindibili :

-creare da singole entità un’amalgama di intenti;

-mettere in condizione il singolo di percepire la difficoltà per renderla nota e non celarla per giovarsi dell’aiuto di un compagno e viceversa;

-percepire nelle sedute di allenamento la crescita migliorativa del proprio potenziale tattico e condizionale per facilitare la prestazione singola e collettiva;

-divenire l’ingranaggio importante del Team, esclusivamente nel momento in cui si focalizza che il binario singolo viaggia su un percorso collettivo.

Alcuni potrebbero pensare che sono valutazioni corrette e che nel team sono soliti ritenerle giuste e presenti… Ma nel team vengono considerate scontate o si lavora intensamente per far si che quotidianamente costituiscano il sale della seduta quotidiana?

Non c’è pericolo maggiore che pensare che un assunto conosciuto non abbia necessità di esser rinforzato con costanza , cadenza e professionalità, ritenendolo ormai appreso in modo irreversibile.

L’allenamento, inteso come totalità psico-fisica, non ha ad alcun livello concetti che si possano tralasciare perché appresi!! Tutto necessita sempre di rinforzi, dettagli di richiamo, migliorie e sottolineature volte a costruire una struttura piena di dettagli validi sia per un ragazzo che vuole crescere che per Leo Messi o Cristiano Ronaldo … A qualsiasi livello sono i dettagli che determineranno l’evoluzione basata ovviamente sul proprio talento e sulla propria volontà di affermarsi.

Ma questi assunti,che possono addirittura sembrare scontati, sono difficili da trasferire?

Cosa porta a pensare che l’allenamento non sia pieno di fatica, ma sia invece la fonte della produttività?

Cosa si può fare per rendere i nostri giocatori partecipi e soprattutto positivamente disposti a tutte le proposte dello staff?

E’ questo il punto del discorso!

Troppo spesso si da per scontato che sia normale che l’atleta sia dall’altra parte della barricata e debba esclusivamente sottostare al piano di lavoro per lui preparato, come se lui non potesse capire il perché di una seduta di allenamento. Erroneamente, spesso, l’allenatore pensa che spiegare le scelte di una metodica rappresenti una perdita di tempo: “Noi scegliamo cosa fare e gli atleti debbono eseguirlo”.

Non credo sia quest’ultimo il metodo da perseguire!!

Qualsiasi scelta fatta da un essere umano con la consapevolezza e la metabolizzazione dell’intento ha frutti maggiori se condivisi ; spiegare il lavoro da svolgere e gli obiettivi da perseguire non significa perdere la funzionalità e l’autorevolezza dei ruoli, ma significa legare gli ingranaggi per metterli in connessione condivisa.

Quindi, per trasferire gli assunti con meno ostacoli , vanno coinvolti gli ingranaggi del team perché ognuno, capendo la propria rilevanza, potrà tirar fuori quel “Quid pluris” che potrebbe mettere a disposizione, non grazie allo sfinimento delle capacità condizionali, ma grazie alla crescita esponenziale dello spirito di appartenenza.

La fatica l’abbiamo spesso pronunciata o sentita nominare prima di una seduta come uno spauracchio, come un fardello che già “ab origine” devia la lucidità mentale.

La fatica da capacità condizionale e mentale esiste e deve far parte delle sedute di allenamento, ma il dettaglio da monitorare è l’approccio e la coesistenza con essa.

Da bambini viviamo esperienze vergini che compariamo con esperienze successive e molto spesso l’allenamento viene trasferito ai piccoli, dalla famiglia o da tecnici, come un momento di fatica necessaria per migliorie posturali o come base per un futuro milionario.

Da piccoli, come fantastiche spugne, apprendiamo l’idea che ci viene trasferita e ce la portiamo inconsciamente nel nostro bagaglio psico-motorio!

Da queste ultime annotazioni nasce un’ulteriore valutazione da fare … Spesso dobbiamo scardinare errati e deleteri scheletri che il sistema limbico ha messo in associazione nel corso della vita sportiva a causa di esperienze inconsciamente traumatiche, catalogando allenamenti come momenti stressanti, ma necessari.

Trasferire l’allenamento ai piccoli come un necessario mezzo per arrivare agli obiettivi, dimenticando gli aspetti ludici, rischia di portare isolamento psico-motorio, creando un atleta incapace di cercare sostegno nel gruppo, divenendo un ingranaggio scollegato dallo spirito di amalgama.

Invece trasferire ai bambini l’aspetto ludico e di spirito comportamentale, legato alla coesione e all’appartenenza, genererà in loro un approccio maturo, consapevole, e soprattutto farà crescere lo spirito di condivisione delle metodiche di allenamento.

E’ fondamentale capire quale bambino si nasconde dietro ai nostri ragazzi o ai nostri ormai uomini, per non correre il rischio di vanificare ogni successiva iniziativa di successo.

Marco Di Fazio

Dottore in Scienze Motorie

Preparatore fisico specializzato in psicologia e metodologia dell’allenamento

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